Dalla pianificazione urbana al benessere diffuso: il direttore del UK National Innovation Centre for Ageing spiega perché le città devono diventare protagoniste attive della longevità
Le città sono state a lungo immaginate come contenitori da adattare a una popolazione che invecchia. Un approccio oggi dominante, ma che secondo Nicola Palmarini, direttore del UK National Innovation Centre for Ageing (NICA), non è più sufficiente. Le città possono e devono assumere un ruolo molto più attivo nel determinare la qualità e la durata della vita delle persone.
“Abbiamo sempre pensato alle città come a qualcosa che deve adattarsi a una popolazione che invecchia. In realtà le città possono fare molto di più: possono diventare un attore attivo della longevità delle persone” spiega Palmarini. Ogni elemento urbano, anche il più quotidiano, contribuisce a costruire questa prospettiva. Non solo infrastrutture sanitarie, ma l’insieme delle esperienze che scandiscono la vita in città. “Un parco, un negozio, un ristorante, un mezzo di trasporto: ciascuno degli elementi che costituisce la città può aiutare le persone a vivere più a lungo e in salute” sottolinea. È in questi touchpoint urbani che si gioca la possibilità di trasformare la città da semplice scenario a vero e proprio abilitatore di benessere.
Per farlo, però, è necessario un cambio di paradigma anche sul piano delle competenze. La longevità urbana non può essere affrontata da una singola disciplina, ma richiede una visione integrata. “Serve una nuova disciplina delle città, in cui le diverse competenze comincino a compenetrarsi: dall’urbanista al sociologo, dallo psicologo a chi si occupa di stili di vita attivi, fino al nutrizionista. Non è più una responsabilità di uno solo, ma una collaborazione, un’orchestrazione di elementi che contribuiscono alla longevità”.
Un ruolo decisivo spetta alle amministrazioni pubbliche. Secondo Palmarini, governare una città significa tornare al principio fondamentale per cui il benessere dei cittadini deve essere la priorità assoluta. “Il ruolo di chi amministra non è solo quello di governare la burocrazia, ma di rimettere al centro il principio per cui il welfare e il benessere dei cittadini sono la legge suprema” afferma. Una missione che non può restare confinata agli assessorati alle politiche sociali o alla salute. “Qualsiasi assessore ha una responsabilità nella longevità dei cittadini. Anche spostare una fermata dell’autobus significa chiedersi quali ricadute avrà sulla salute e sulla qualità della vita delle persone”.
Accanto al ruolo delle istituzioni, è fondamentale il coinvolgimento dei cittadini, affinché le politiche urbane rispondano ai bisogni reali delle persone lungo tutto il corso della vita. Anche perché, chiarisce Palmarini, longevità non significa semplicemente invecchiare. “Dobbiamo disaccoppiare il concetto di longevità da quello di vecchiaia. Longevità significa aspettativa di vita in salute, e questa si costruisce lungo l’arco della vita, non solo quando si raggiunge una certa età”. Questo approccio apre una nuova prospettiva sulle politiche urbane e sociali, che devono essere pensate in chiave intergenerazionale e orientate a farci arrivare all’età avanzata in buona salute. “Abbiamo bisogno di arrivarci sani, non malati”, ribadisce Palmarini.
In questo scenario, le università svolgono un ruolo cruciale come mediatori e traduttori di modelli. Non esistono soluzioni universali valide ovunque: ogni strategia deve essere calata nei contesti culturali e territoriali specifici. “Non si può pensare che un modello che funziona a Buenos Aires possa funzionare allo stesso modo a Helsinki. Bisogna capire quali elementi fondamentali possono essere tradotti e interpretati secondo le culture locali”. Attraverso la ricerca, l’analisi dei dati e la definizione di indicatori di performance, il mondo accademico può aiutare le città a leggere lo stato di salute delle popolazioni e a capire se le politiche adottate stanno realmente andando nella direzione di una maggiore longevità in salute.